House of Sand and Fog (Vadim Perleman, 2003)

Chi ha imparato a scrivere delle sceneggiature sa che cosa è una logline … si tratta di un brevissimo riassunto della storia e consiste di un paio di frasi che danno la risposta alla domanda: chi fa che cosa e perché?

Se applichiamo questo concetto alla storia di “House of Sand and Fog” la logline consisterebbe più o meno del seguente: la protagonista cerca di riacquisire la proprietà della sua casa che ha perso per via di un errore amministrativo.

Fatto è che i mezzi che ci vengono insegnati a riguardo della scrittura di un film sono puramente strutturali – e mai significativi. Questa logline esemplare è strutturalmente corretta, ma ignora completamente ciò che il film e/o l’autore vorrebbero esprimere. Questo è inevitabile perché si tratta di una banale risposta ad una banale domanda – e la domanda è banale perché si concentra sul da fare e non sul concetto etico/morale che viene trasmesso. Il produttore vuole sapere di che cosa “parla la storia” e non qual’è la posizione etica, politica o storica dell’autore.

Che questo approccio funziona soltanto nei casi di una storia puramente narrativa e assolutamente non nei casi di una storia metaforica o simbolica l’ho già cercato di spiegare analizzando “A Serbian Film” di Srdjan Spasojevic.

Comunque sia “House of Sand and Fog” è un esempio molto più sottile e sofisticato perché elabora un argomento meno invadente e più astratto di quello della guerra – ovvero: quello della proprietà.

La protagonista, interpretata alla grande da Jennifer Connelli che è, dal mio punto di vista, una delle attrici americane più sottovalutate degli ultimi due decenni, manca di rispondere a delle richieste non fondate da parte dell’ufficio delle entrate, dopodiché viene sequestrata la sua casa che aveva ereditato da suo padre. Di seguito la proprietà viene venduta all’asta ad un immigrante, interpretato ugualmente bene da Ben Kingsley.

Il compratore della casa insiste sul suo legittimo acquisto e la prima proprietaria sul diritto alla sua eredita non meno legittima. Le cosiddette autorità invece si tirano indietro siccome non esiste nessuna soluzione legale coerente. Tutto ciò risulta nella catastrofe totale, inclusa la morte di più personaggi come conseguenza logica del caso contradittorio.

Perleman dimostra con questa storia che “la proprietà” è un concetto astratto che funziona per chi dispone di una liquidità economica elevata, ma che crolla immediatamente se le parti coinvolte si devono fidare della legge – che assegna in questo caso concreto un solo bene a due persone legali e non è in grado di assumere un giudizio coerente per via del fatto che nessuno dei due “proprietari” ha una posizione economica vantaggiosa.

Non vorrei spoilerizzare il film più di tanto perché chi non l’ha visto farebbe bene a guardarlo sotto l’aspetto qui descritto. L’ingiustizia applicata che riguarda tutti e due i personaggi, – sia il compratore che l’erede della stessa casa -, non è nient’altro che la conseguenza logica di una legge che non prevede dei casi che risultano dall’assurdità della legge stessa e che consisteranno sempre, anche se si dovesse rispettare il caso concreto in ballo.

La “proprietà” è il risultato coerente dell’applicazione del concetto del potere e della sua gerarchia inevitabile. Se quella non esistesse, se tutti i beni venissero condivisi secondo un concetto equilibrato e sensato, il conflitto non esisterebbe e nessuno dovrebbe morire.

“House of Sand and Fog” non parla né di una casa, né dei suoi proprietari. Parla dell’assurdità della legge che è stata concepita non per difendere la proprietà del singolo cittadino, ma per il “diritto” di chi sta più in alto nella gerarchia sociale per via delle sue disponibilità economiche. In un caso come quello descritto nel film, la legge fallisce per via del semplice fatto che non è stata disegnata per giudicare un caso del genere in cui nessuno si assume un vantaggio perché disporrebbe di più risorse economiche che gli permetterebbe di ingaggiare un avvocato bravo, di pagare delle mazzette o di corrompere l’altro soddisfacendo i suoi bisogni economici.

Perleman ha fornito una perla del cinema sociopolitico – senza che sia stato colto, come al solito, ma questa sarebbe la responsabilità del pubblico e non quella del regista.