Perché schifo i “social” e perché esiste questo sito

Siamo tutti nati con dei preggi e dei difetti. Personalmente considero il mio pragmatismo un dono, anche se sono in tanti a definirlo un difetto.

Mi hanno convinto tre volte ad aprire un account su Smorfialibro; una volta per poter comunicare con gli altri iscritti di un corso parecchio idiota, una volta per promuovere “I Corsari” e l’ultima volta per pubblicizzare “ELISA”. Ogni volta è andata a finire nello stesso modo; ho chiuso l’account dopo qualche mese per via del fatto che esso era completamente inutile per l’obiettivo principale e che queste piattaforme non fanno per me. Le “discussioni” che vengono svolte sui cosiddetti “social”, – che di sociale hanno ben poco, ovvero proprio niente -, sono in gran parte di bassissimo livello e sembrano di avere l’unico obiettivo dello sfogo personale di gente arrabbiata e parecchio maleducata.

Lo stesso vale per TuTubo, ma il difetto più evidente che hanno è la loro inefficienza che li rende completamente inutili. Nonostante alcuni canali dedicati al cinema e ai film che dispongono di decine di migliaia di followers e visualizzazioni, nell’ambito stesso del cinema indipendente e industriale non si smuove assolutamente niente. A quanto pare gli spettatori di questi canali sono completamente anestetizzati quando si tratterebbe di trarre le conseguenze logiche di ciò che stanno guardando. Gli si può cercare di convincere per anni a guardarsi dei film “vecchi” e a dedicare soltanto un po’ di tempo ad un cinema artistico o culturale che non fa parte del mainstream. L’effetto di questo tentativo è praticamente zero e l’unico senso di questi canali s’imbocca nel versamento mensile di una parte minuscola dell’introito immenso che la Google genera con la pubblicità che ci viene imposta tramite gli stessi canali.

Mi rendo pienamente conto che questo mio blog non viene letto praticamente da nessuno. Ogni tanto mando a qualcuno il link ad un articolo mio per poter dare qualche dritta ad un giovane filmmaker senza che debba scrivere le informazioni in un’email logorroica. Altri “utenti” del mio blog non esisteranno.

Questa circostanza non mi dispiace per niente. L’intenzione del mio sito sconosciuto non è quella di raccogliere più visualizzazioni e commenti possibile. Ne faccio volentieri a meno. Il senso del tempo che investo in questo piccolo progetto ha il solo scopo di esistere per il caso che qualche giovane filmmaker prima o poi lo troverà e potrà approfittare di questi contenuti senza che gli venga sbattuto in faccia un banner dopo l’altro che non provocherebbero altro che una legittima diffidenza a riguardo del mio intento.

Un altro aspetto è quello della ricerca in sé. Per chi “internet” consiste di TuTubo, Smorfialibro, Instagram e Twitter non mi troverà. Ed è giusto che sia così. Chi invece si dà da fare e dedica un po’ di tempo alla sua ricerca, – e se essa dovesse riguardare delle informazioni su come realizzare un film indipendente -, ci troverà ciò di cui ha bisogno. Io invece non ho alcun bisogno di “i likes” o di “followers”. Mi farebbe piacere se un bel giorno qualcuno mi dirà che sarebbe riuscito a girare un suo film perché ha seguito un paio di consigli miei. Questo varrebbe di più di 100.000 “i likes” e di milioni di “followers” che, tranne di inseguirci, sono privi di senso.

Visto che i canali con più successo raggiungono tranquillamente oltre 100.000 visualizzazioni nell’arco di una sola settimana, senza che nasca soltanto un solo progetto concreto, rende questi “social”, per me, completamente inutili.

Certo, così com’è, anche il mio blog è inutile. Ma almeno nessuno mi potrà far rimproverare che io faccia ciò che faccio e scriva ciò che scrivo per raccogliere a fine mese le bricciole del guadagno che avrei procurato alla Google.

Non vorrei essere frainteso. Non sto affatto criticando coloro che lo fanno. Sto parlando per me stesso e basta. Se nei prossimi anni un unico filmmaker dovesse trovare qualcosa di utile in ciò che pubblico e si metterà a girare il suo primo lungometraggio, questo blog sarà stato cento volte più efficiente e utile di qualsiasi canale TuTubo o profilo Smorfialibro con centinaia di migliaia di iscritti e di visualizzazioni.

Se non dovesse capitare … be’, pazienza. Non mi potrete contestare però che io non ci abbia tentato. E con un sito mio “all’antica” questo lo posso fare in tutta serenità e tranquillità, senza dovermi esporre all’isteria e la maleducazione di persone per cui i “social” sembra che servino soltanto a soddisfare la loro esigenza di un supporto psicologico professionale.

Tutti qui. Non di più – ma neanche di meno.

15 + 87 = 102

Il canale televisivo franco-tedesco “arte” ha lanciato pochi mesi fa un formato femminista di nome “Kreatur”. Una delle prime quattro puntate si occupa della rappresentanza delle femmine nell’ambito culturale. Stato attuale di quella trasmissione: ca. 5.000 visualizzazioni su TuTubo, 96 “i like” e 355 “i don’t like”. I commenti, praticamente al 99% negativi, sono stati pubblicati da utenti maschi che dicono sostanzialmente tutti la stessa cosa: le femmine non vogliono produrre arte quindi sono meno rappresentate.

Se buttiamo un occhio alle statistiche menzionate dalla trasmissione … ca. 2/3 degli studenti delle facoltà artistiche sono femmine, la tendenza nell’ambito professionale poi si inverte. Il 55% degli studenti ai conservatori sono femmine, ma soltanto il 17% di coloro che poi richiedono la tantième sono donne. In Germania una femmina che lavora nell’ambito audiovisivo guadagna in ca. il 42% in meno dei maschi, nonostante una formazione equivalente. In Francia sono disponibili ca. 20 miliardi di Euro di fondi all’anno. Tra il 2008 e il 2015 è stato concesso il 72% di questi fondi a dei registi maschi. In Germania arrivavano pure all’85%.

Apriamo una piccola parentesi. Kreatur menziona a riguardo della Germania: “il 15% dei progetti di registi femminili veniva sovvenzionato pubblicamente a differenza dell’87% dei progetti di registi maschili”. Nei commenti (senza eccezione di utenti maschi) viene notato più volte che 15 + 87 faccia il 102%, perciò queste statistiche sarebbero idiote. – Scusate, ma non veniva detto che il 15% di tutti i fondi andasse alle femmine e l’87% ai maschi, ma si parlava della percentuale di tutti i progetti “femminili” e di quelli “maschili” che veniva sostenuti tramite i fondi pubblici. In altre parole, cari maschi: voi non avete capito ciò che è stato detto. Se poi utilizzate la vostra ignoranza come “argomento” contro ciò che si cercava di spiegarvi, lascia trasparire una certa ironia.

La trasmissione poi continua con altri settori, ad esempio con quello della pittura: il 10% delle opere esposte sono state prodotte da artisti femmine, il 90% da artisti maschi. L’89% di tutte le opere teatrali presentati in Germania sono state scritte da autori maschi … e così via.

Fatto è che il settore cinematografico, come quello artistico in generale, è un dominio maschile. In tutta la storia del festival di Cannes (= 71 edizioni, rispettivamente anni) è stato assegnato il premio della palma d’oro una sola volta ad una regista (Jane Campion). La Berlinale ha concesso l’orso d’oro in 67 anni di festival 6 volte ad una femmina.

Tutto ciò sarebbe colpa delle femmine stesse, visto che non sarebbero tanto produttive come lo sono i maschi. Il fatto che con una piccola frazione di tutti i fondi disponibili si riuscirà a produrre in ca. una piccola frazione di tutte le opere pubblicate sembra che sia un calcolo troppo difficile da compiere da un cervello maschile. E il fatto che va soltanto il 15% dei fondi a degli artisti femmine, dopo che erano più della metà durante gli studi, sembra che non disturbi proprio nessuno. Si sposeranno e faranno figli invece di girare dei film dopo l’università … o magari dopo non aver potuto accedere ai fondi. Chissà.

Un altro argomento estremamente popolare è: ma non abbiamo altri problemi? – Per dargli una risposta adeguata: certo che ce li avremmo, ma sono minori, mentre quel maschilismo che non ci porta da nessuna parte resiste grazie a degli argomenti insensati come ad esempio la palese incapacità di fare dei semplici calcoli matematici.

Per essere chiaro: non sto dicendo che un “cinema femminile” sarebbe meglio di quello “maschile”, ma che sarebbe sicuramente diverso da quella robaccia che ci viene presentata continuamente nelle sale e online. E se l’unico argomento che abbiamo quando ci vengono presentati i fatti è “ma non è vero niente”, allora quel cinema, detto tra noi anche altamente erotico come “Code Blue” di Ursula Antoniak o “In the Cut” di Jane Campion, non verrà neanche più prodotto e perderemo pure quel poco che avevamo.

C’è anche da dire che in parte è veramente colpa delle femmine se non accedono ai fondi e che non vengono né prodotte, né distribuite. Se non vi fate avanti è impossibile, purtroppo, sostenervi. Un minimo di grinta ci vorrà. – E che quella grinta, per cortesia, non s’imbocchi in una specie di isteria o odio. Alla fine un progetto cinematografico è sempre un progetto di gruppo.

L’anno scorso la regista francese Eléonore Pourriat ha girato la bellissima commedia “Je ne suis pas un homme facile” – ed è un po’ imbarazzante che è proprio stata la Netflix a produrla. I commenti su IMDb sono in maggioranza positivi. Nonostante questo il punteggio consiste di un 6,7/10 – ovvero: in tanti gli hanno dato un voto basso senza scrivere niente mentre la maggior parte di quelli che hanno scritto una breve recensione gli hanno dato un voto piuttosto alto (tra un 7 e un 10). Secondo me un 10 non vale, ma un 8 sarebbe il minimo.

La cosa che è certa è che nel 2019, se delle femmine osano a farsi sentire, vengono marginalizzate e azzittite con dei metodi di un livello piuttosto basso. E questo fatto fa parecchio pena.

Una nota su Netflix e una proposta come si potrebbe fare meglio

Netflix provoca. Provoca gli spettatori perché commercializza altamente le loro abitudini senza compromessi, provoca i distributori perché abolisce il loro potere e provoca le sale perché le mette davanti ad uno specchio senza pietà e pronuncia ciò che tutti sanno, ma che alcuni non vogliono accettare: il fatto che sono – e non saranno – dei rudimenti di un’era obsoleta. Se questo è un bene o un male è un altro discorso. Il fatto rimane un fatto.

Faccio parte di una generazione che è cresciuta con il Super 8 e poi con il VHS. Fino ai 16 anni avevamo in famiglia 5 canali televisivi a disposizione, tra cui uno che entrava soltanto quando c’era bel tempo (ZDF) e due di lingua per noi straniere (francese e italiano). Prima degli 8, 9 anni la tv era in bianco e nero e i canali “privati” non esistevano neanche. Ho imparato a montare una pellicola da Super 8 sul proiettore quando avevo 8 anni. Possedevo una sola bobina con un cartone animato muto con Sylvester e Twity. Ma è grazie a quel filmato da 3 minuti circa per cui ancora oggi riconosco in un milisecondo l’odore tipico della pellicola quando si scalda davanti alla lampadina nel proiettore.

Il VHS è stato una rivoluzione in ogni senso. Soprattutto per via della possibilità di poter programmare la registrazione. In questo modo mi potevo guardare tutti i film che venivano proiettati in un orario quando non mi era più permesso di stare sveglio, figuriamoci di guardare la tv. Registravo tutto ciò che mi capitava su quei 5 canali e non mi interessava più di tanto se era in tedesco, francese o italiano.

Quando ero al liceo è uscito “The cook, the thief, his wife and her lover” di Peter Greenaway. In sala l’avevamo perso e l’unico video noleggio che ce l’aveva era la Elms a Zurigo – in lingua originale. Quindi prendemmo l’autobus, il treno e la tram per noleggiare la videocassetta per un weekend. Nel film parlano uno slang o un dialetto che ha ben poco a che fare con l’inglese che stavamo imparando a scuola. Stavamo davanti allo schermo con il telecommando pronto per fermare il video ogni due o tre minuti per accordarci su che cosa avevamo capito o meno.

Racconto questi aneddoti per chiarire un discorso connesso direttamente a quello di Netflix: sono cresciuto in un periodo quando era estremamente difficile accedere a ciò che non faceva parte del cosiddetto mainstream. C’era poca roba in giro e questo fatto provocava in noi un certo atteggiamento sovversivo. Non ci accontentavamo insomma e questo non accontentarci, infine, ci ha segnati per la vita.

Chi odia Netflix la odia, di solito, perché le dà la colpa delle sale vuote. Nessuno va più al cinema, questo è un dato di fatto, e siccome il fenomeno appare nello stesso periodo di Netflix, quest’ultima si dovrà assumere le corrispettive responsabilità.

Secondo me il discorso è un po’ più complesso. Non m’intendo di calcio, ma, a quanto pare, gli stadi, nonostante il fatto che tante partite vengono trasmesse in tv, non mi sembrano vuoti. Ogni tifoso mi confermerà che non è la stessa cosa seguire un partita in tv o nello stadio. Ovvero: lo stadio, ovviamente, soddisfa sempre il suo ruolo sociale mentre la sala questo compito l’ha abbandonato tanto tempo fa. Il cinema non è più un punto d’incontro da decenni, ma un posto per smerciare pellicole di dubbio gusto e di pop corn.

Lo ammetto: non vado più al cinema da tanti anni, decenni ormai, per due ragioni. Uno, si è persa completamente l’abitudine di discutere il film appena visto tra amici e non e due, la maggior parte dei film che vengono proiettati non mi interessano. Inoltre, essendo cresciuto con il Super 8 e il VHS – che hanno tutti e due una qualità d’immagine penosa – per me è importante vedere il film, mentre la qualità sta decisamente in seconda fila. Ho visto tutta la serie “The Kingdom” di Lars von Trier sul cellulare quando stavo negli USA e quando il mio smart phone era l’unico mezzo per soddisfare il mio bisogno di guardare qualcosa di decente – visto che le sale a LA proiettavano le solite cose che non mi appassionavano più di tanto. Siccome le sale non si assumono più il loro compito sociale, rinunciando in gran parte ai dibattiti pubblici prima o dopo la proiezione, visto che i gruppetti che consistono nel contesto del pubblico non si sciolgono, né durante, né dopo il film, per quale motivo dovrei ancora scomodarmi per vedere una pellicola sul grande schermo? Certo, certi prodotti andrebbero guardati su uno schermo più grande di quello del cellulare, ma se poi la programmazione non fa per me, crolla immediatamente anche quel bisogno.

Quando è nata Netflix in Europa le proprie produzioni erano ancora poche e il fornitore riempiva il proprio catalogo con dei film che erano semplicemente accessibili ad un prezzo conveniente. Ci facevano vedere dei film spettacolari come “Balada triste de trompeta” di Alex de la Iglesia, “Raman Ragav 2.0” di Anurag Kashyap o “Maroon” di Pulkit. Mi sa che “Raman Ragav 2.0” è ancora disponibile, ma la maggior parte di quei film indipendenti con un sottotono socio-politico molto presente sono spariti dal catalogo.

A questo punto bisogna aggiungere un altro preggio di Netflix – che è quello di riempire nuovamente il ruolo di Hollywood nel cinema europeo. Una volta “gli USA” producevano dei film in europa per i nostri mercati nazionali. Cinecittà è rinata per questa ragione nel dopoguerra (e per altre ragioni, ma quello è un discorso a parte). Poi, alla fine degli anni 70, si è messo in moto il meccanismo dei cosiddetti block buster e del “linguaggio cinematografico universale”. I registi che volevano lavorare, a partire da allora, dovevano spostarsi e produrre direttamente a Hollywood perché sono mancati i fondi americani dall’oggi al domani.

Netflix ha dei punti di produzione che sono organizzati come erano organizzate le major una volta; in modo nazionale con una piattaforma quasi onnipotente dietro le spalle per una distribuzione mondiale. In fondo questo concetto è pure meglio di quello tradizionale delle major che è stato abolito al più tardi nella prima metà degli anni 80 nell’ultimo secolo. Ovvero: sarebbe, perché il problema non è il meccanismo ma come viene usato.

Ogni tanto a Netflix scappa un capolavoro come “The other side of the wind” di Orson Wells. Ci sono anche delle produzioni molto più “piccole” come “7 años” di Roger Gual o “Je ne suis pas un homme facile” di Eléonore Pourriat che valgono però più che la pena di essere viste. Queste produzioni però hanno tutte una cosa in comune: non sono affatto sovversive. La Netflix è un filgio dei suoi tempi che si appoggia troppo sugli algoritmi matematici per battere cassa il più possibile. Il fatto che il singolo film non deve rendere per forza, ma che alla fine dell’anno conta soltanto il numero di abbonamenti venduti, potrebbe essere un vantaggio, ma comunque un vantaggio che non viene preso troppo in considerazione.

Fatto è che l’unica cosa giusta da fare sarebbe creare una piattaforma per paese dove verrebbero pubblicati tutti i film prodotti nella corrispettiva nazione. In fondo nel 2019 combattiamo con gli stessi problemi che ho già incontrato nel 1989 quando volevo vedere un film di Peter Greenaway. Il problema fondamentale sono l’accessibilità e il meccanismo tramite il quale vengono diffusi i fondi.

La Netflix, come praticamente tutte queste piattaforme, lavorano con un cosiddetto “buy out”; la troupe e il cast vengono pagati per la realizzazione, ma non vengono considerati con un loro margine sulla vendita.

Una piattaforma nazionale che sarebbe costretta a mettere a disposizione ogni singola pellicola prodotta in quel paese potrebbe ricavare il contributo tranquillamente dalle tasse. I soldi che ora vengono spesi per le produzioni tramite dei fondi statali verrebbero distribuiti tra chi ha veramente prodotto un film. Chi carica un suo prodotto sul server, ammesso dalla censura con un regolare VM, accederebbe annualmente alla cifra che si definirebbe semplicemente tramite il fondo generalmente disponibile diviso per il numero di film accessibili. Nel primo anno di una produzione si potrebbe stabilire una cifra più alta per sostenere le spese iniziali dei produttori.

E’ vero che un sistema del genere non sosterrebbe dei progetti come “C’era una volta nel West” o “2001”, ma quei prodotti battono comunque, ancora oggi, maggiormente cassa al botteghino, la piattaforma della quale stiamo parlando sostituirebbe piuttosto il mercato abolito dei DVD e delle videocassette.

Un tale progetto si lascerebbe tranquillamente realizzare anche privatamente. Ovviamente i contributi non verrebbero né dalle tasse, né dai fondi. Bisognerebbe rivendere degli abbonamenti e, naturalmente, non tutte le pellicole sarebbero disponibili. Però, per dire il vero, chi se ne frega?

La maggior ragione perché un tale progetto “privato” non esiste e perché sarebbe condannato per forza al fallimento totale è il fatto che non esiste un numero abbastanza alto di film decenti disponibili. Il tutto s’imboccherebbe in una pozzangara di prodottini scarsi che nessuno vuole vedere – o, nel caso migliore, in un mare di ottimi prodotti che comunque nessuno vorrebbe vedere perché “il pubblico” è stato educato a quella roba che vede su Netflix, Sky, Mediaset e Amazon.

Il cinema sovversivo, politico e artistico è morto non per via di Netflix, ma soprattutto per via del pubblico che si lascia condizionare troppo facilmente. Questo è un dato di fatto che molto probabilmente non cambierà presto. Ma la ragione perché mancano i prodotti soltanto per realizzare un’iniziativa sensata ed equilibrata è il fatto che i cineasti che dovrebbero girare quei benedetti film si rifiutano di lavorare con dei budget ridotti. Perciò: la vera “colpa” – se ci dovesse essere una colpa – per cui il cinema, nel senso delle sale e dei film culturalmente importanti, è morto, è del pubblico e dei cineasti. Netflix non fa altro che riempire la crepa che si è aperta. – E chi dei cineasti dovesse rifiutare la responsabilità è cortesemente invitato a studiare per cinque minuti la storia del cinema, soltanto per capire come ce l’hanno fatta dei registi come Claude Lelouch, Rainer-Werner Fassbinder, Werner Müller, Wim Wenders, John Carpenter ecc. a diventare dei registi importanti e influenti. La risposta è molto semplice. Hanno girato i loro primi film senza guadagnare una lira, durante i weekend liberi con quei pochi mezzi che avevano a disposizione. Questo per loro andava bene, ma oggi mi dice un 25enne, fresco fresco rilasciato dal DAMS, che gli servirebbero 1 milione di Euro per realizzare il suo progetto.

Quale pazzo scattenato darebbe mai in mano ad un giovane regista che ha girato un paio di cortometraggi 1 mio. di Euro per realizzare una sceneggiatura scritta dallo stesso regista o da un altro giovane scrittore alle prime armi? Tornate con i piedi in terra e poi si potrà cominciare a ragionare sul da fare.

Il meccansimo è molto semplice da capire: accettate i fatti che non si possono cambiare. La “sala” per ora è morta. Questo non vuol dire che più in là non rinascerà. Sta rinascendo anche il vinile, perciò impossibile non è. Ma se non produciamo niente e chiacchieriamo e ci lamentiamo soltanto, allora il pubblico non si lascerà mai convincere che esisterebbe un cinema indipendente che vale la pena sostenere – per via del semplice fatto che quel cinema, infatti, non esiste.

Nel 1919 è nata la United Artists, il Neorealismo italiano e la Nouvelle vague funzionavano in una maniera simile, Der Neue Deutsche Film organizzava la distribuzione del cinema tedesco indipendente, Dogma 95 è stato un altro tentativo di dare una voce alle produzioni low-budget … e oggi? Vent’anni fa ci organizzavamo ancora. Oggi invece ci lamentiamo e basta.

La domanda sostanziale è: perché vogliamo girare i nostri film? – Perché abbiamo qualcosa da dire o perché ci aspettiamo dei soldi?

A chi ha qualcosa da dire, prima o poi, i soldi arriveranno. Chi non ha niente da dire ma vuole girare dei film per battere cassa … proponente i vostri progetti alla Netflix, alla Sky, alla Mediaset o a chiunque. Il mondo è pieno di quelle aziende che guardano soltanto il profitto.

Per tutti vale però: se non alzate le chiappe, le cose non cambieranno.

Un aneddoto berlinese

Il TXL da Berlin Tegel a Berlin Alexanderplatz era pieno come al solito. Tante persone stavano in piedi, una vicina all’altra, tra cui un tedesco, ovviamente un lavoratore, con i pantaloni sporcati dalla vernice di vari colori, e uno straniero di una certa età. Dopo un po’ il tedesco cominciò ad alzare la voce, esprimendo delle provocazioni del tipo „abbassa quella mano“ o „non ti azzardare“. Osservavo il litigio, pronto ad intervenire se la situazione dovesse degenerare ulteriormente – come avranno fatto altri, senza dire niente. Poi una giovane donna chiese al tedesco di moderarsi e di non provocare l’altro. La risposta fu: „lui sta provocando me invece“. Dopo un po’ la stessa giovane si alzò per offrire allo straniero il suo posto, ovviamente per separare i due maschi. Lui prima non voleva, ma infine si lasciò convincere. Appena seduto, il tedesco continuava a „invitarlo“ a scendere assieme a lui alla prossima fermata per fare a botte. La giovane donna si posizionò tra loro, cercando di coprire la vista al tedesco sullo straniero che, detto tra noi, aveva almeno 50 anni, a differenza dei magari 30 dell’altro che si sfogava nel frattempo picchiando con il pugno la gomma isolante della porta dell’autobus. Il pullman si fermò e lui scese, mettendosi poi davanti alla porta aperta urlando: „scendi se sei un uomo!“ e così via. La giovane donna si voltò per sedersi ed io notò la sua collana con il ciondolo con una scritta araba. – Un dettaglio, ma un dettaglio abbastanza notevole.

Mi chiesi perché io stesso avevo reagito in tutto un altro modo. Ovvero, perché non avevo reagito affatto, osservando invece se la situazione degenerasse o meno. Mi chiesi anche come avrebbe reagito quel tedesco se avessi fatto la stessa cosa che fece realmente quell’araba di seconda generazione. E, per dire il vero, non l’avrei considerato una tattica saggia. Molto probabilmente qualsiasi maschio, intromettendosi, avrebbe provocato una rissa già sul pullman – non soltanto per il fatto di essere maschio, ma anche per via del modo in cui avremmo agito e reagito. Quella femmina invece non aveva soltanto un coraggio ammirevole, ma sapeva benissimo cos’era l’unica cosa giusta da fare – senza che avesse avuto la garanzia che qualcuno l’avrebbe difesa come lei stava difendendo quello straniero.

Una nota a parte: i Cherokee avevano accanto al loro consiglio di guerra anche un „consiglio delle madri“ munito dal diritto al veto. Si andava in guerra soltanto se le madri della tribù lo permettevano. Non conosco neanche minimamente la storia bellica dei Cherokee, ma è comunque notevole che loro avevano capito il fatto che le femmine gestiscono meglio certe circostanze, soprattutto quando c’entrano l’aggressione e la violenza. Un aspetto che, purtroppo, su quell’autobus l’avranno capito in pochi, nonostante il fatto che quell’aneddoto rendeva palese l’effetto positivo di un approccio sociale matrilineare. E per chi volesse vedere che cosa ne esce quando governano i maschi … be’, basta aprire la finestra e osservare il mondo come si sta auto distruggendo.

A qualcuno questa visuale sembrerà anche troppo semplice – e, in effetti, lo è. Fatto è però che, a parte del nostro sesso, coviamo tutte e tutti in noi il lato femminile e maschile. Non penso affatto che Hillary Clinton fosse un presidente migliore del pazzoide Donald Trump. La femmina che si assume il potere, di solito, agisce e reagisce nello stesso modo del maschio. La parola chiave in quel caso non è „femmina“, ma „potere“. La storia del nostro pianeta è pieno di esempi del genere. In India la corruzione e l’oppressione si evolvò in maniera eclatante sotto il governo di Indira Ghandi e neanche Winnie Mandela scherzava più di tanto. Sul quell’autobus invece il fatto di essere biologicamente maschi riduceva automaticamente il nostro ruolo al dubbioso privilegio della predisposizione di incassare le botte se dovesse essere degenerata la situazione. Per fortuna c’era una femmina che l’ha impedito e potevamo scendere all’Alexanderplatz sani e salvi.

Berlino