L’era del ninnananna

La „nostra“ era viene chiamata comunemente l’era dell’informazione. Il fatto che capiamo tutti subito l’intento del termine non cambia il fatto che il termine è sbagliatissimo per descrivere l’era in cui viviamo. Questa non è l’era dell’informazione ma l’era della trasmissione accelerata.

Il mondo analogico, se volessimo chiamare così tutto ciò che c’era prima della digitalizzazione, generava informazioni che poi, per forza, venivano canalizzate perché non esistevano i mezzi per trasmetterle con la stessa velocità con la quale erano state generate. Un giornalista scattava una foto sul campo di battaglia, montava la sua camera oscura mobile, sviluppava il negativo, aspettava 24 ore per farlo asciugare, stampava la foto, la metteva in una busta e la spediva per posta alla redazione. Oggi una foto si carica nell’arco di qualche secondo su un sito pubblico subito dopo che è stata scattata.

Ugualmente ai tempi d’oggi il numero dei giornalisti si è diminuito. Ovvero: mentre la trasmissione dei dati è stata velocizzata immensamente, il numero dei dati da trasmettere è diminuito. Inoltre, una presunta era dell’informazione non dipenderebbe neanche dalla velocità di trasmissione, ma dall’ammontare e/o dall’importanza dei dati rilevati.

Noi non viviamo affatto nell’era dell’informazione perché il 99% delle informazioni trasmesse alla velocità della luce non è rilevante. Per me è irrilevante seguire il disturbo patologico di un “amico” su smorfialibro che non è più in grado di mettere un morso di cibo in bocca senza che abbia caricato sul suo profilo una foto del piatto. Per me non è rilevante leggere o ascoltare che cosa avrebbe da dire uno stupido come Donald Trump. Per me non è rilevante sapere come la pensano Salvini e Di Maio perché so già di non essere d’accordo con loro.

Siccome possediamo però i canali fisici e virtuali che vogliono essere usati e riempiti, trasmettiamo tutta questa roba completamente inutile e siccome dentro questo mare di roba irrilevante è diventato quasi impossibile trovare delle informazioni interessanti e sostanziose, nutriamo il nostro cervello con una costanza e un’insistenza paurosa di ciò che è disponibile e che ci viene sbattuto in faccia.

Uno degli effetti, molto probabilmente pure desiderati, è che il pubblico nelle sale non sarebbe neanche più in grado di distinguere un’informazione rilevante da una irrilevante. A parte il fatto che il pubblico “in sala” è proprio stato estinto (ovvero: si è estinto da solo perché in sala non ci va più per pura volontà sua) quel presunto pubblico non ascolta perché è stato abituato così, a non aspettarsi neanche una cosa che non sa già, che non condividerebbe o che non gradirebbe.

I film che genera questa finta era dell’informazione non sono altro che un continuo e persistente ninnananna, un lullaby come direbbero gli inglesi, una canzoncina che abbiamo sentito 10.000 volte, che è sempre la stessa e che ci permette di perderci nel nostro ben meritato sonnellino pacifico.

Ciò che viene generato a manetta ogni giorno con dell’informazione non ha proprio niente a che fare – e non importa se parliamo di Pinco Pallino che carica delle foto del suo gatto su smorfialibro o della Reuters. Quest’ultima le informazioni rilevanti le fa sparire o le trucca e l’intelletto di Pinco Pallino semplicemente non basta per generare delle informazioni rilevanti a quanto pare.

Se ciò che passa tramite tutti i canali è sempre la solita informazione, l’effetto inevitabile è quello che uno si annoia o che si addormenta. Perciò sarebbe opportuno chiamare la “nostra” era l’era del ninnananna. E non ci deve fregare proprio niente se questo ninnananna ci viene cantato a 3,4 Ghz con 40 core paralleli e in 24 bit di risoluzione. Sempre un ninnananna è.

Le dinosaure e le bébé

Tutti conoscono “Il cinema secondo Hitchcock” e le registrazioni audio delle conversazioni tra il regista francese e quello inglese. Quel libro è stato il primo testo sul cinema che ho letto, quando avrò avuto più o meno 15 anni. Mi ha introdotto al cinema tecnico e sostengo pienamente il consiglio della sua lettura.

Come al solito l’espressione libera che seguirà della mia opinione personale mi creerà qualche nemico intellettuale … Tranne qualche eccezione, per me, il cinema di Hitchcock è puramente tecnico e parecchio adolescente, mentre quello di Truffaut, sempre con un paio di eccezioni, mi appare troppo chiacchieroso. Se mettessi il lavoro di Fritz Lang accanto a quello di Hitchcock, vincerebbe senza dubbio quello di Lang. E se dovessi mettere il lavoro di Truffaut accanto a quello di Godard, vincerebbe senza dubbio quello di Godard.

E così, sempre dal mio punto di vista personale, la registrazione della conversazione tra Godard e Lang sarebbe da preferire a quella tra Truffaut e Hitchcock.

Mi spiego meglio.

Hitchcock era uno di quei registi che rigirano continuamente lo stesso film; nel suo caso il protagonista viene accusato di un crimine che non ha commesso e il climax della storia consiste nella prova della sua innocenza. In questo non c’è niente di male, ma il plot, per me, viene quasi sempre svolto in una maniera parecchio banale. Una delle eccezioni menzionate che cade fuori da questo concetto è ad esempio “Rope”, ma quello è un film che da adulto non mi garba più per niente. Per me “Birds” è il suo migliore per via del semplice fatto che tralascia – finalmente (in tutti i sensi) – lo spiegone con il quale Hitchcock ha smontato continuamente alcune delle sue opere come ad esempio “Psycho” e “Spellbound”. Nel caso di quest’ultimo la “colpa” non era del regista, ma del produttore Selznick che gli aveva accorciato il budget. Perciò Hitchcock era costretto ad abbreviare il film, posizionando il protagonista davanti al camino dove spiega in due minuti il plot della storia. Per dire il vero, e riferendomi alla maggior parte dei suoi film senza quegli ostacoli economici, non penso che il tutto non sarebbe migliorato notevolmente. Lo spiegone ci sarebbe stato comunque, anche se elaborato in una maniera più articolata. Hitchcock, rispettivamente Ben Hecht, sono dei classici casi che non hanno capito l’importanza e il funzionamento del sub testo. Ogni informazione percepita dal pubblico senza che viene espressa vale più di mille parole. “Accennare” è la parola chiave, non “spiegare”.

A riguardo di Truffaut vorrei menzionare un estratto delle registrazioni audio delle conversazioni tra lui e Hitchcock. Truffaut racconta una scena del suo nuovo film di allora dove una donna sta abbracciando un uomo mentre passa una altro uomo. La donna dice “non ci avrà visti” … Qui Hitchcock interrompe il regista francese, dicendo: “peccato, speravo che non dicesse niente”.

I film di Truffaut, con l’eccezione di “Fahrenheit 451”, “La siréne du Mississipi” e “Tirez sur le pianiste” (e forse qualcun altro di cui così al volo non mi ricordo; Truffaut ne ha girati un sacco), per me, sono troppo chiacchierosi. Il regista francese lavora con le battute e non con l’immagine e questo rende le sue opere poco cinematografiche.

A mio parere Fritz Lang e Jean-Luc Godard sono di tutto un altro calibro. Il cinema di Lang è altamente tecnico come quello di Hitchcock, ma non solo. Anche Godard è abbastanza chiacchieroso, ma questo è dovuto soprattutto al fatto che è sempre stato costretto a girare con un budget limitattissimo (a differenza di Truffaut). Se dovessi paragonare “Fahrenheit 451” con “Alphaville”, definerei quest’ultimo avanti di anni luce.

Tutto ciò è un mio parere personale. Non mi azzarderei mai a dire “questo è migliore di quell’altro”. Ma ogni tanto faccio fatica con il fatto che altri fanno proprio questo, pensando di essere sostenuti da una strana percezione di un’inventata “opinione pubblica” che non si potrebbe toccare. Non si può criticare Truffaut, perché Truffaut è Truffaut. Lo stesso sembra che valga per Hitchcock. Mi riferisco però volentieri a Somerset Maugham che osò criticare Goethe come scrittore di romanzi. Lo considerava un grande pensatore e un maestro della lingua tedesca (che senz’altro era), ma non gli concedeva la maestria della scrittura romanzesca. Secondo me aveva ragione. Considero “I dolori del giovane Werther” un barba scritta bene e non mi interessa più di tanto se è stato scritto da Goethe o da qualcun altro. Maugham è stato attaccato ferocemente perché aveva osato esprimere in pubblico il suo giudizio, ma se ne fregava.

E così me ne frego anch’io, pure se – o forse proprio perché – non sono Somerset Maugham che, per me invece, era un vero maestro del romanzo e del racconto.

Vorrei farvi notare una parte di “Le dinosaure e le bébé” quando Lang disegna l’impostazione di una location per spiegare a Godard la necessità della bravura tecnica. Il disegno evidenzia una difficoltà strutturale della location per l’inquadratura. Poi Lang chiede a Godard come risolverebbe questo problema. Godard risponde in modo lapidario: “mi cercherei un’altra location”. – Lo adoro per questo. E lo adoro per la sua risposta alla giuria degli Oscar che gli voleva assegnare il premio per la sua opera di una vita: “grazie, ma no grazie”.

Billy Wilder disse una volta: “i premi sono come le emorroidi – prima o poi se le beccano tutti”. Jean-Luc Godard è uno di quei rarissimi casi che le emorroidi non le vuole e soltanto questo mi fa stimarlo molto di più di Truffaut.

E questo è.

The cinema is dead, long live the cinema

E’ una goduria ascoltare l’inglese colto di Peter Greenaway ed è una goduria seguire le seghe mentali di questo ostacolato pittore che ci ha regalato qualcuno dei più bei film mai girati.

Durante la conferenza, intitolata “The cinema is dead, long live the cinema”, Greenaway svolge la sua tesi sul cinema in generale che soffrirebbe, secondo lui, della circostanza che il nostro cinema si basa principalmente sul testo e non, come dovrebbe essere, sull’immagine. Più come scherzetto la rafforza con la costatazione che la bibbia sbaglia quando dice “nell’inizio era la parola”. Secondo lui nell’inizio c’era l’immagine invece. Che la bibbia sbaglia veramente è un dato di fatto. Quella citazione che spesso viene assegnata al vecchio testamento, infatti è l’inizio dell’evangelo secondo Giovanni: “nel principio era la parola e la parola era con dio”. In realtà si tratta di una traduzione un po’ zoppicante perché in greco antico, la lingua in cui il testo fu scritto, viene utilizzato il termine “logos”. Logos non significa né parola, né immagine, ma andrebbe tradotto più o meno con “informazione”. Perciò la bibbia non sbaglierebbe, ma la solita traduzione che si trova sui nostri scaffali sì.

A mio modesto parere Greenaway sbaglia anche quando si tratta di definire il cinema. Il simbolismo molto presente nei suoi propri film viene trasmesso tramite l’immagine (e tramite le battute), ma ciò che in sostanza viene trasmessa è l’informazione.

Personalmente stimo il lavoro di Greenaway, cinematografico e non. Lui è uno dei rari registi – dopo Eisenstejn e Godard – che cerca la forma pura del cinema, che cerca di svelare la sua sostanza, emancipandolo dal testo.

Il fisico Fritz-Albert Popp disse in un’intervista, negli anni 90, una frase abbastanza interessante: “l’assunzione del cibo non significa in prima fila assunzione di energia, ma assunzione di informazione”. Tralasciando il discorso del nostro cibo che, ai tempi d’oggi, consiste sempre meno di un’informazione valida e sempre più di zuccheri e energia scarsa, possiamo dedurre che l’informazione in sé non può essere assunta esclusivamente tramite il cibo, ma anche tramite l’arte. Questo spiegherebbe il fatto perché l’arte, nonostante la sua pura non importanza secondo un concetto energetico, è così importante che non riusciremmo a vivere senza.

Greenaway ha ragione quando dice che dovremmo impegnarci a scoprire il vero cinema dopo aver girato per più di un secolo dei libri illustrati con delle immagini in movimento. Sostengo pienamente questo giudizio. Tutto il nostro modo di ragionare si basa completamente sulla scrittura e la lettura, mentre avremmo un mezzo a disposizione, con il cinema (come con la musica e tutte le discipline artistiche), di eliminare questi limiti, concentrandoci sulle immagini e il suono che, in confronto alle parole, hanno un effetto immediato, senza alcun filtro intellettuale.

In questo mondo c’è un solo elemento che connette tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro lingua, cultura e posizione geografica e questo elemento è la struttura delle storie che ci raccontiamo e che ascoltiamo. Dal polo nord al polo sud qualsiasi storia ha un protagonista (multiplo o singolare), tre atti e un messaggio etico/morale. Se uno di questi elementi manca, si tratta di un testo che non può essere definito come “storia”. Questo non lo dico io. Il concetto viene ampiamente spiegato da Robert McKee in “Story”, sulla base di vari esempi pratici.

E’ anche un fatto interessante che i tre atti (l’introduzione dei personaggi principali, la superazione degli ostacoli e il climax finale) corrisponde a ciò che si chiama comunemente la logica aristotelica, ovvero: il sillogismo che consiste di una premessa minore (primo atto), una premessa maggiore (secondo atto) e una conclusione (terzo atto). Il meccanismo a cui serve la “storia” come elemento basilare si chiama propaganda – e la propaganda serve a nient’altro che alla “programmazione” dei nostri cervelli.

Un essere umano che si guarda esclusivamente dei film di super eroi, dopo un periodo anche abbastanza breve, sarà convinto dei seguenti paradigmi: questo mondo è un mondo cattivo, gli esseri umani non sono in grado di combattere il male, ma hanno bisogno di un altro essere con dei super poteri e, infine, per risolvere il problema serve la violenza fisica. Si tratta di una banale propaganda bellica che ci prepara, intenzionalmente o non, alla guerra.

Perciò, indipendentemente dalle immagini e dalle parole, una storia innesta in noi una specifica predisposizione. Un essere umano che è convinto che questo mondo sia cattivo e che il male si lasci solo combattere con la violenza, è disposto a fare la guerra mentre un altro che è stato esposto ad un altro tipo di propaganda, non lo sarà.

Non è un caso che Greenaway ha girato un film su Sergej Eisenstejn. Il russo ha cercato per tutta la sua breve vita di capire il cinema in sé e il suo meccanismo. Già durante gli anni 1920 però i suoi concetti, soprattutto il cosiddetto “montaggio intellettuale”, sono stati abbandonati a favore del cosiddetto continuity editing (il “taglio invisibile”). Greenaway e Eisenstejn condividono questo strano bisogno di voler capire – e di voler trovare un accesso alla sostanza del cinema.

“The cinema is dead, long live the cinema” è una tesi profonda e altamente interessante. Secondo la mia modesta opinione non è conclusiva e ha un errore alla base, ma almeno qualcuno cerca di fare un passo nella direzione giusta. – E lo fa con bravura.

Grazie Peter Greenaway per queste parole e il suo ripetuto successo nel mettersi fuori dal coro, fregandosene della political correctness, in ricerca della semplice verità.