Incontro con Alessandro La Fauci del 19 ottobre 2018

La nostra chiacchierata è partita dal cortometraggio di Alessandro per il Vertical Movie FestivalE all’improvviso come un silenzio” da visionare liberamente su vimeo.

Come si intitola il tuo corto per il Vertical Movie Festival?

A: “E all’improvviso come un silenzio”.

Come mai questo titolo?

A: Il corto chiude proprio con questa frase. L’attrice rappresenta la vita, il percorso lungo questa strada, questo sentiero che poi finisce, come finisce la vita stessa.

Questa storia racconta il percorso di una vita fittizia?

A: È un mio sfogo sulla vita, uno sfogo non negativo. La vita è fatta di scelte e questo è quello che racconta il corto. E come rappresentarla, la vita? La vita è un percorso, una strada. Ci sono sempre un bivio e una scelta da fare. Quindi ogni volta che noi camminiamo, prima o poi, ci troviamo davanti ad un incrocio e dobbiamo decidere dove andare, a destra o a sinistra?

È un percorso in orizzontale…

A: No, è un percorso in verticale. L’incrocio crea “un’orizzontalità”, il bivio no.

In effetti, il cartello è verticale.

A: Però se tu cammini e arrivi a un bivio – togliamo l’incrocio – quel bivio ti porta a una scelta. Questo è quello che ci capita sempre durante il percorso che è la nostra vita. Una scelta può essere lavorativa o famigliare, ad esempio se mi trasferisco in un’altra città per lavoro. Questo è il nostro bivio: non so che cosa ho lasciato e scoprirò ciò che troverò. La vita è fatta così. Però prima o poi i bivi finiscono e così anche la strada. E all’improvviso è come un silenzio.
Tu non te ne accorgerai neanche, ma gli altri sì. Lasci un’eredità, tra virgolette, non dico artistica o culturale, lasci un ricordo alle persone.

Nel film il silenzio invece dov’è? Il corto è pieno di voci fuori campo.

A: Sì, è tutto voce fuori campo.

Come mai questa scelta?

A: Perché non esiste una voce oggettiva. C’è una voce narrante che è la vita e chi rappresenta questa vita è una donna, ma chi parla è un uomo. Se avessi messo una voce narrante femminile forse il pubblico avrebbe pensato “ah, è lei che parla di sé stessa”. Invece nessuno parla di nulla. È un pensiero che è uno assoluto, che poi è il mio pensiero. Non ci sono né ragione né torto. È semplicemente un pensiero.

Quindi la materializzazione del pensiero astratto è femminile, mentre la voce è maschile.

A: Non è un caso in realtà. Nasce dal fatto che non riesco a raccontare una storia con un io femminile, non lo sentirei come un lavoro mio. Non ci ho mai provato anche se ho pensato di farlo. Ma a quel punto il lavoro avrebbe preso un’altra strada forse migliore, forse no. – E questo è un bivio.

In ogni caso il concetto “verticale” si esprime molto nelle inquadrature e negli oggetti inquadrati.

A: Sì. Quando ho finito il lavoro l’ho fatto vedere ad alcune persone: ex insegnanti, colleghi, amici ecc.
Una reazione interessante è stata: “peccato, sono così belli i paesaggi e te li godi così poco”. I paesaggi non sono la mia storia, sono solo un supporto. Per me è una persona che cammina in un paesaggio.

Se parliamo di formati ad esempio, abbiamo questa tendenza alla panoramica. Partiamo da un fotogramma più o meno quadrato che poi è stato schiacciato sempre di più in altezza e si è espanso in larghezza. Non mi ricordo chi l’ha detto, forse è stato Godard, che il Cinemascope sarebbe il formato adatto a serpenti e alle tombe. In Grand Budapest Hotel, ad esempio, hanno fatto tutta la parte di flashback in 4:3. Forse è una cosa mia, ma ho sentito come “intimo” quel formato, soprattutto al cinema. Si riesce ad inquadrare una faccia o una persona senza troppe distrazioni intorno.

A: Esatto. Però forse è troppo corretto politicamente quel formato, non ti sbilanciare troppo 🙂

In verticale invece questo effetto è ancora più estremo.

A: È molto estremo. È difficilissimo lavorare in verticale.

Anche perché non ci siamo abituati. Il 4:3 viene dalla tv, se lo vedi al cinema non è soltanto molto “umanistico”, ma ha anche un effetto molto intimo per lo spettatore perché permette di focalizzare maggiormente lo schermo grande. Ci si perde molto meno in quella sala oscura. A me dava anche la sensazione di avvicinarmi di più agli altri spettatori che avevo accanto.

A: Questo è vero. Però se pensi al perché è nato il Cinemascope… più allarghi lo schermo, più schiacci la sala, più biglietti vendi.

Appunto.

A: Questo è l’unico motivo.

Esatto, è un motivo puramente economico che ci viene invece venduto come sviluppo creativo o tecnologico di qualità.

A: In effetti lo spettatore è stato abituato a un cinema “schiacciato”. Se si va oggi sul web, ad esempio, e si vede qualcosa girato non in 16:9 ma forse in 2,35 o 2,39, se si vedono le bande nere, lo spettatore crede che si tratti di una qualità superiore.

Si tratta un’altra volta di un fenomeno televisivo. Al cinema le bande nere non ci sono e se un film trasmesso in tv aveva le bande nere, allora era un segno di qualità perché voleva dire che si trattava di un prodotto cinematografico. Potevano trasmettere l’ultima idiozia ma se aveva le bande nere si trattava di qualcosa di qualità!

A: Ogni tanto invece facevano il contrario e tagliavano a destra e sinistra per far entrare il fotogramma nei 4:3. Un film di Kubrik, Eyes wide shut, – non vorrei dire una cavolata, ma ne sono quasi certo – è stato girato in 4:3. Quando è uscito in DVD l’hanno messo in 16:9, tagliando sopra e sotto.
Perché nasce il verticale? Se ci fai caso, con lo smartphone ormai esiste il blocco della rotazione. Se guardi qualcosa su YouTube si tolgono due terzi dello schermo. Il 70% delle persone, inoltre, gira in verticale quello che vede. E questo ha senso se poi lo guardi sul cellulare, è sicuramente molto comodo ma non va bene se lo guardi in tv a casa.

Dovrebbero sviluppare una tv che si lascia girare.

A: Lo stanno facendo.

Oddio.

A: Nasce tutto per via del pubblico e non per un linguaggio ed è questo il problema. È veramente interessante lavorare in verticale come un linguaggio, credimi. Se poi il festival lancia dei video che sono da guardare sullo smartphone è tutto perfetto e funziona.

Alla fine non è neanche importante per quale ragione nasce, in ogni caso costringe il linguaggio a un altro approccio puramente tecnico.

A: Questo è vero ma comunque, se faccio questa scelta, su uno schermo normale perdo due terzi.

Con il Cinemascope però perdi ugualmente in altezza.

A: Sì, ma molto meno. In confronto al formato verticale, con il Cinemascope perdo pochissimo.

Che cosa pensi invece dell’argomento del campo visivo umano? Dicono sempre che come prima cosa il Cinemascope corrisponderebbe di più al nostro campo visivo naturale…ma il nostro campo visivo è un’ellisse, non un rettangolo.

A: A dire il vero me ne frego. Io sto raccontando una storia che ha una scelta di visione mia. Ti impongo la mia scelta.

È anche vero però che una certa storia si racconta meglio con un formato in verticale, mentre un’altra, magari, si racconta meglio con un formato diverso.

A: Il mezzo è al fine della storia, mentre la visione sia quella che sia, spesso purtroppo per motivi commerciali. Se io invece ho una storia “verticale” come ad esempio il corto, girarlo in un formato orizzontale per me non avrebbe avuto senso.

Il personaggio verrebbe raffigurato piccolo, circondato da troppi elementi che non avrebbero solo disturbato la storia.

A: Esatto. Tanto è vero che molti lavori fatti in verticale non hanno senso, mentre il 4:3 adattandosi alla figura umana diventa più intimo. Se invece devo fare un primo piano in formato verticale mi viene quasi impossibile. La quinta nasce proprio per le esigenze del formato orizzontale: il primo piano lasciava troppo spazio vuoto, e allora si è pensato di riempirlo, ad esempio, con le spalle di un altro attore. Con il pretesto di un mezzo, può nascere e crescere un linguaggio, ed è bello.

Siamo arrivati alla tecnica pura. Avendo una formazione tecnica professionale, girare con il cellulare ti mette ansia, ti spaventa o la vedi come sfida o come sfogo nel senso positivo?

A: È una domanda alla quale non so neanche rispondere. Non penso a girare con un certo mezzo: penso prima alla storia e poi al mezzo per girarla.

Con il Vertical Movie Festival però ti hanno praticamente costretto al linguaggio.

A: Non allo smartphone però. Potevo girare anche con una macchina da presa.

Intendevo il formato verticale.

A: Al formato sì. Ma mi è capitato spesso ad esempio di girare dei documentari con lo smartphone.

Durante il lavoro al corto ti è mai capitato di chiederti come sarebbe venuta un’inquadratura se l’avessi girata con un mezzo professionale? Ti sei sentito limitato o più libero a girare con il cellulare?

A: Esatto. Più libero. Per quel tipo di progetto, per il quale andavo in giro per i laghi e i boschi ecc., trovavo il posto, giravo, perdevo 5 minuti… questo era possibile soltanto con lo smartphone. E lì parliamo soltanto di sensore, non di smartphone. Ho girato con un iPhone7, la lettura in esterni era perfetta, mentre in interni meno …l’iPhone, credo, sia nativamente ISO 20 – ma non vorrei dire una cavolata.

Parliamo del livello del Super 8 di 50 anni fa.

A: È un po’ complicato. Tra l’altro ho girato con il programma nativo della Apple e non con Filmic Pro o altri programmi che permettono impostazioni manuali. Già girando in Log sarei riuscito a fregarmene completamente. Da tecnico, in quel caso, per me era importante raccontare la storia. Sapevo che cosa stavo girando e non mi sono meravigliato del risultato. Ma un film con l’iPhone non lo girerei.

Beh, quei film che hanno girato con il cellulare, li hanno girati con un obiettivo professionale attaccato allo smartphone.

A: Sì, ma è una questione di sensore. Prova a girare un po’ così in interni e vedrai che lettura avrai senza il Log.

Potrebbe essere una scelta artistica 🙂 Hai presente il Dogma 95? Quando l’hanno abolito nel 2005, in un’intervista Lars von Trier ha detto che il Dogma 95 sarebbe come una medicina, come una pasticca. Ad un DoP o un regista che è costretto a lavorare ad un alto livello tecnico, il Dogma 95 dà la possibilità di sfogarsi nel senso di potersi completamente sbattere delle solite convenzioni.

A: Esatto.

Secondo lui ad ogni regista farebbe bene prendere ogni tanto questa pasticca per tornare con i piedi in terra. Ora siamo nel 2018. Immagini il Vertical Movie Festival come un impegno simile?

A: No. Lo consiglierei a tutti però, ma il Dogma 95 con tutte le sue regole prende più forma. Qua, invece, mi hanno costretto a un formato e basta.

È comunque una regola che spezza nettamente le solite convenzioni.

A: Avevo anche pensato di applicare uno split screen per immettere un altro fotogramma quadrato, ma alla fine ho deciso che non avrebbe avuto senso.

Lo split screen è un punto interessante. È una cosa che viene fatta raramente. Caso mai per delle cose banali come per rappresentare contemporaneamente due personaggi che si parlano al telefono, ma questo non c’entra un granché con il formato. Con uno split screen come l’hai descritto invece riusciresti a raccontare due storie in una.

A: Spezzerebbe però il flusso del racconto. Una linea sullo schermo distruggerebbe l’illusione dello spettatore e lo farebbe tornare nella realtà.

Questo lo puoi raggiungere con vari mezzi. Con l’audio, l’illustrazione o, come fa per esempio spesso Gaspar Noé, aggiungendo delle didascalie. Secondo te è un approccio negativo o positivo?

A: Non è né negativo né positivo ma una scelta. Principalmente tutte le scelte sono positive.

È comunque vero che lo spettatore medio non apprezza molto se gli viene distrutta l’illusione. Come mai?

A: L’illusione è stata distrutta un sacco di tempo fa, basti pensare agli effetti speciali. Se oggi vedi una casa esplodere o un aeroporto in fiamme sembra talmente vero da diventare finto mentre prima, con semplici effetti di fumo, il pubblico era più preso, tutto sembrava reale. Questo è un paradosso. Ormai siamo così abituati al CGI che, se in tv vedi le immagini di una catastrofe enorme, non vivi direttamente il dramma, lo assorbi meglio.

È simile ad un altro aspetto più banale. Il sangue ad esempio …

A: Anche …

Se guardi un film di Mario Bava, il sangue sembra del ketchup. Il sangue finto di oggi ci sembra molto più reale. Se invece guardi una ferita vera, il sangue che esce sembra più simile al ketchup di Bava.

A: Siamo anche abituati dai vecchi film a vedere schizzare fuori dalle ferite il sangue – che è una cosa non reale. Però siamo abituati e sembra reale.

È una questione estetica. Per fortuna vediamo talmente poche sparatorie reali che accettiamo la versione finta come realtà. E questo concetto vale per tanti altri aspetti.

A: A quanto pare nessuno ci ha mai pensato perché, se la pallottola ti becca sul petto, il sangue schizza nella direzione di provenienza del proiettile.

È fumettistico. Ma non vale la stessa cosa anche per il formato? Ci auto convinciamo che corrisponda di più al nostro campo visivo naturale, ma tutto ciò non è vero.

A: In effetti, non è vero. Ci sarebbe pure più vicino il 4:3. Se mi metto nei panni dello spettatore e guardo un 4:3 dico: “questo è scarso”. Lo spettatore non è stato educato, siamo condizionati.

Forse bisognerebbe giocare un po’ di più con queste cose.

A: Sì. E in questo sono d’accordo con il Dogma 95. Bisognerebbe prendere ogni tanto la medicina che ti aiuta a crescere.

Almeno ti fa capire il tipo e il livello del condizionamento – e questo ti leva l’illusione.

A: Con il formato verticale, ad esempio, manca la composizione. All’inizio ho avuto delle difficoltà nel comporre un’inquadratura in verticale. Fare un dettaglio degli occhi ad esempio sembrava impossibile.

Beh, riprendi un solo occhio 🙂

A: Per quello sarebbe perfetto 🙂

O inventi l’inquadratura della mezza faccia… Comunque sia non è soltanto importante ciò che viene inquadrato ma anche ciò che non viene inquadrato.

A: L’importante è dove riesci a indirizzare l’attenzione.

Ti ricordi quel film di Tinto Brass Col cuore in gola con Jean-Louis Trintignant? Brass cambia continuamente formato, nel limite del fotogramma, da 1,85. Ti fa vedere un rettangolo sopra a sinistra insieme a un quadrato in basso a destra, anche tonda la fa. Se una cosa così venisse fatta oggi, ci sembrerebbe progressista e moderna, invece tutto è stato già fatto negli anni 60. Un altro aspetto è che Tinto Brass lo ha fatto quando si lavorava con la pellicola, sarà stato un lavoraccio! Oggi si potrebbe fare in due minuti ma quasi nessuno lo fa.

A: Perché oggi ci pensano due volte prima di fare una scelta così forte. La gente ha paura di rischiare e il pubblico non è più educato, se non dalla televisione. Il pubblico medio ha paura delle sperimentazioni. Se faccio una scelta forte su un film di 90 minuti e lo spettatore dopo 10 minuti non la accetta, la colpa è sua che non mi riesce a dare fiducia.

Quarant’anni fa, anni sessanta, settanta, lo scopo del cinema era tutt’altro. Doveva sperimentare, scoprire cose nuove e spingere il progetto oltre il solito, mentre oggi questo aspetto creativo progressista non viene più considerato un compito del cinema. Oggi il compito del cinema è quello del puro intrattenimento.

A: Secondo me è proprio l’attenzione che si è abbassata, perché ormai siamo bombardati. Cellulare, computer, tv, troppe immagini. Anche al cinema la “scelta forte” spinge lo spettatore a prendere il cellulare dalla tasca mentre una volta la sala era buia…

Forse sarebbe meglio se la pillola di Lars von Trier la prendesse una volta ogni tanto il pubblico e non il regista.

A: Se lo facessero tutti i registi, il pubblico sarebbe costretto. Il pubblico va educato. Il problema grosso però rimane questo: essere bombardati dalle immagini fa per forza calare la soglia d’attenzione. Oggi se lo spettatore si annoia, prende il cellulare, facci caso quando vai al cinema. E come con un romanzo, ci sono gli atti, i percorsi che affronta l’eroe della storia, è una semplice linea che sale e scende. Una volta stavi là e te lo guardavi tutto. Oggi, se quella parte della storia non ti coinvolge, ti distrai. Poi magari riprendi ma non hai capito nulla. Il cinema è diventato quello che era la paura di Fellini quando è arrivata la tv commerciale, è diventato la tv da un certo punto di vista. Oggi mi guardo un film mentre faccio altre cose. Uno dovrebbe vivere il film e non guardarlo, altrimenti si chiamerebbe radio.

Senza voler ricadere nel concetto del “una volta era tutto migliore” questa è la situazione, la realtà. Ci saranno anche dei vantaggi, dei lati positivi o delle opportunità.

A: Il digitale ha creato due facce della medaglia. Una è l’accessibilità di un mezzo a tutti. Io sono un “nativo digitale” ma sono partito dalla pellicola prima di passare al digitale. La pellicola richiede delle conoscenze anche se non così grosse come uno presuppone, però …

Il digitale è più democratico.

A: Esatto. Tutti possono fare tutto e questo crea una sovrainformazione.

Un effetto potrebbe essere che si punterebbe di più sul contenuto perché è quello che rimane, levando tutti gli aspetti puramente tecnici. Visto che chiunque può fare un film, dovrebbe essere ancora più importante l’argomento del film perché è l’unico aspetto distintivo.

A: Sì, tutti potrebbero fare un film ma non tutti hanno qualcosa da raccontare. Mentre prima, quando c’era la pellicola, prima di girare un film si pensava tanto, adesso spesso si tende a pensare solo al lato estetico, non a ciò che si racconta.

Come mai?

A: Perché la gente vuole fare ma non ha niente da dire.

Secondo te come mai si ha più niente da dire?

A: Perché la gente non vuole dire niente, è solo tanto affascinata dalla parola “cinema”.

Sarà anche questo il risultato di un condizionamento.

A: Ma rimane sempre lo spettatore il padrone dell’immagine. Tarkovsky diceva che quando creava un’immagine, l’immagine l’ha creata lui ma sei tu a guardarla e quell’immagine è il tuo riflesso, diventa tua. L’arte è soggettiva.

L’oggettività è un’illusione. Non esiste.

A: Però ti dico, è anche bello guardare un prodotto che non ha nulla da dire.

Se è coerente, se è stato fatto con passione e se non fa finta di raccontare qualcosa, se non è solo aria fritta.

A: Poi se racconto una storia male, se è bella o meno, anche se non ho niente da dire può piacere o meno.

Però se lo fai con passione e con il cuore …

A: Esatto, è il cuore che bisogna conservare.