Kitchen Stories (Bent Hamer, 2003)

Doveva essere una serata tranquilla tra tre amici, prima che uno di loro partirà per trovare un po’ di pace in un altro paese. Ci sono stati due film tra cui scegliere: “Demon Seed” (Donald Cammell, 1977) e “Kitchen Stories”. Abbiamo scelto quest’ultimo perché volevamo chiudere la serata con una commedia “leggera”.

Di “leggero” questa commedia non ha proprio niente. “Kitchen Stories” è un film profondo e altamente umano con un finale drammatico e pieno di speranza nello stesso tempo.

Nonostante il genere della commedia e le ricette scandinave fornite nella rubrica “extra” del DVD, non mancano gli elementi che fanno di “Kitchen Stories” un film che ci fa riflettere sulla vita e su noi stessi.

La storia che viene raccontata è una metafora delle ripetute invasioni militari negli ultimi secoli da parte della Svezia nei confronti degli altri paesi scandinavi, in particolare della Norvegia.

Un’azienda svedese produtrice di cucine vorrebbe mettere piede sul mercato norvegese, ma non sa dove sbattersi la testa perché il paese del loro target non solo dispone di una mentalità completamente diversa dalla sua, ma anche di tante case gestite da uomini singoli il cui comportamento in cucina è enigmatico, per dire poco, ai protagonisti stranieri dell’iniziativa puramente economica.

Per penetrare il mercato norvegese l’azienda straniera concepisce una strategia tipica svedese: eleggono qualche “osservatore” che viene incaricato con l’analisi scientifica del comportamento domestico tipico norvegese, impostandoli su un seggiolone in qualche cucina loro per elevare statisticamente i loro movimenti e le loro azioni nell’ambito in discussione.

Agli osservatori è fiscalmente proibito interagire con i soggetti da osservare per non contaminare i risultati dell’analisi.

All’osservatore Folke viene assegnato il soggetto Isak, un vecchio brontolone che ha accettato l’incarico soltanto perché gli era stato prospettato un cavallo da tiro come ricompenso. Questo “cavallo” si rivela di essere intenzionato come un giocattolino di legno – di cui Isak se ne farà ben poco. Il suo vero cavallo da tiro invece è vecchio e malato. Se ne augurerebbe un altro, ma le sue aspettative vengono deluse, evidentemente.

Dopo qualche giorno di “osservazione” dal suo seggiolone ingombrante nella cucina di Isak si comincia a stabilire un rapporto tra i due uomini. Folke oltrepassa il limite impostato dall’azienda svedese dalla quale è stato ingaggiato; l’osservatore si permette di offrire del tabacco al soggetto sotto osservazione. Dopodiché cominciano pure a comunicare, a festeggiare il compleanno di Isak e a ubriacarsi insieme.

Tutte le intenzioni mai stabilite da quell’azienda produtrice svedese di cucine vanno a rotoli per via del semplice fatto che, se si chiude due uomini in una cucina, quegli uomini, prima o poi, cominceranno ad interagire, a parlarsi, conoscersi, rispettarsi e ubriacarsi insieme.

Il messaggio di questo piccolo film sconosciuto ed ignorato dal pubblico (non dalla cosiddetta critica) è che qualsiasi guerra mai inizializzata
(da un’azienda, uno stato o qualsiasi altra entità) è soltanto possibile se gli uomini a cui viene dato in mano un’arma (e non importa se si tratta di un fucile o di un seggiolone, un blocco di carta e una penna) si scioglie nel nulla se gli uomini sono disposti ad oltrepassare quella soglia sottile e astratta che, in realtà, non esiste, e se cominciano a parlarsi, a rispettarsi, a prestarsi del tabacco e a ubriacarsi insieme con la scusa del compleanno dell’uno o dell’altro.

“Kitchen Stories” è un film altamente maschile perché la guerra in sé è interamente maschile. La guerra invece di maschile tanto non ha. Condividere un bicchiere di alcol e una pipa sì, ma la guerra in questo non c’entra. La guerra agli uomini viene impostata, da delle aziende (svedesi e non), dagli stati e da tutto ciò che non è, neanche minimamente, un concetto maschile, né umano.

Abbiamo parlato tanto dell’emancipazione della donna. La ragione perché questo atteggiamento non ha alcun effetto utile è il fatto che non è la donna che dovrebbe essere emancipata. Si dovrebbe emancipare invece l’uomo – da quel bizzarro concetto della guerra, dallo spararsi addosso per sostenere delle cause che non hanno assolutamente niente di umano, né di giusto, né di eroico.

L’osservatore svedese in “Kitchen Stories”, infine, rimane in Norvegia, ma non come osservatore o invasore. Folke ci rimane per pura volontà sua e per continuare la vita del suo amico Isak con il quale ha festeggiato il compleanno, con il quale si è ubricato e con il quale ha più cose in comune che con il suo “datore di lavoro” che insisteva su quella assurda regola che due uomini, chiusi in una cucina, non potessero parlarsi, conoscersi e rispettarsi.

“Kitchen Stories” non è una commedia, né è un dramma. “Kitchen Stories” fa parte di un genere che non è mai stato definito – e non l’abbiamo definito per via del nostro atteggiamento negativo e disperato. Il genere in discussione sarebbe “pace” o “coerenza” – e non “esiste” nessun “genere” del genere perché ci autoimpostiamo la guerra.

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