The Neon Demon (Nicolas Winding-Refn, 2016)

Winding-Refn è un regista eccezionale, senza dubbio. “Pusher” aveva anticipato il Dogma 95, “Bronson” è spuntato dal nulla come un richiamo sorprendente del cinema degli anni 70, “Walhalla Rising” è una metafora delle crociate ben riuscita e “Only God Forgives” sfiora la soglia dei capolavori e rimarrà uno dei film più incompresi della storia del cinema.

Me ne avevano parlato molto bene di “The Neon Demon”, in tanti poi. E così le mie aspettative erano abbastanza elevate. Purtroppo sono stato deluso e, purtroppo, mi sono venuti dei dubbi sulle intenzioni di questo regista che negli anni 90 e nei primi anni del 2000 era più che promettente.

“The Neon Demon” racconta la storia parecchio inflazionata di una ragazza che cerca di fare la modella a L.A. e che di seguito viene letteralmente divorata dalle sue concorrenti del settore. Punto. La banalità di questo plot è disarmante e non degno dell’autore di “Only God forgives” – e questo fatto è la ragione per la quale mi sono venuti dei dubbi.

Un autore che ha le idee chiare sulla sua ricerca che si evolve nelle sue opere, fa dei progressi in ciò che riguarda la scrittura. Questo progresso può oscillare, ovviamente, ma non può essere abolito da una storia all’altra in questa maniera. Di solito, se succede questo, è un’indicazione che l’autore, in realtà, non sa che cosa sta facendo e che quel mezzo capolavoro di prima è stato nient’altro che un caso.

Ci sono dei casi come Lars von Trier a chi va un po’ di culo qualsiasi cosa che faccia, nonostante il fatto che lui stesso è del parere: “I’m not a thinking person. I just put things together” (“non sono un intellettuale, assemblo soltanto delle cose”). Von Trier canna raramente in effetti, mentre Winding-Refn azzecca raramente, mantenendo però il livello medio sempre piuttosto alto. In questo assomiglia molto a Gaspar Noé; “Seul contre tous” e “Irreversible” sono dei film interessanti, “Enter the Void” poteva essere un capolavoro – e “Love” è un disastro totale. Su quest’ultimo un giornalista tedesco ha scritto: “non può essere un porno. I dialoghi sono troppo scarsi”. E sono completamente d’accordo.

Un elemento non trascurabile è naturalmente sempre quello della “vendibilità” del prodotto. Peter Greenaway ad esempio aveva trovato, almeno per un decennio alla fine dell’ultimo secolo, un accordo funzionale e funzionante; dopo un film artistico seguiva un film commerciale, e quest’ultimo pagava quello di prima. Questa regola è stata infranta una sola volta, quando “The Baby of Macôn“ ha seguito “Prospero’s books”. L’effetto al botteghino non si è fatto aspettare, dopodiché Greenaway ha girato uno dei suoi film più scarsi, ma con il successo commerciale più notevole: “The Pillow Book”.

“Only God forgives” è per Winding-Refn ciò che per Greenaway era “The Baby of Macôn“; un film di una tale potenza, coerente fino in fondo, senza compromessi e senza il minimo tentativo di fare il ruffiano, sia con il pubblico, sia con il produttore o la distribuzione … e ciò non è stato gradito. Soprattutto dalla parte della distribuzione e del pubblico medio condizionato ormai ad un cinema insignificante, borghese e di scarsa qualità.

Perciò Winding-Refn ha dovuto rimettersi in gioco, fare pace con chi è stato sconcertato dal suo penultimo film, come aveva dovuto fare Greenaway vent’anni fa. E per fare ciò il regista ha girato una cosa che è già stata fatta, nel settore straindipendente poi, con pochissimi mezzi, ma ad un livello molto più alto di “The Neon Demon”. “May” di Lucky McKee (2002) è una pellicola sconosciutissima, ma molto preziosa per via della sua analisi spietata e precisa della vita nella città degli angeli. “The Neon Demon”, in confronto, è una nullità noiosa, scontata, prevedibile, troppo lunga senza profondità né impegno. I personaggi non sono neanche costruiti male. Non sono costruiti proprio. La storia si lascerebbe raccontare in 10 minuti, invece dura 2 ore. Il plot è talmente scontato che mi fa fare tanta fatica a capire chi si lasci convincere di una tale banalità. Il film si accontenta di constatare un fatto che nessuno mette in dubbio e che tutti conoscono, senza chiedere neanche approssimativamente quale sarebbe il perché di tutto ciò. Le cattive sarebbero le altre modelle invidiose e perverse. I fotografi, i produttori, l’industria, il pubblico a quanto pare non c’entrano niente in questo. Il meccanismo dell’industria dei sogni finti rimane nel buio mentre Winding-Refn ci annoia per 2 ore con una storia ai livelli di una favola alla Walt Disney scritta male.

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