Tras el cristal (Agustí Villaronga, 1986)

“Vendetta” è un master plot abbastanza difficile da elaborare siccome ci fa ricadere facilmente nel tentativo di voler soddisfare un profano sentimento violento e eticamente scarso. Villaronga invece ci riesce con bravura, trasformando il giovane protagonista nello stesso mostro come il suo aggressore. Quest’opera del regista spagnolo sta in netto contrasto ai film di Quentin Tarantino il quale imposta praticamente sempre questo master plot nei suoi film, ma per cui un tale approccio rimarrà sempre un enigma irrisolvibile. La vendetta è un concetto patriarcale che si basa sul presupposto dei concetti astratti della proprietà e della legge; a chi è stata tolta o infranta la proprietà avrebbe il “diritto” di rivendicarsi – superficialmente per soddisfare i suoi istinti basilari, ma in realtà per solidificare il concetto della potere. Questo fatto è, a quanto pare, troppo complesso per essere colto da una mente sempliciotta come quella di Tarantino. Villaronga invece lo elabora in una maniera solida e coerente.

“Tras el cristal” racconta la storia di un ragazzo che da bambino ha subito un abuso sessuale da un fascista durante il conflitto bellico “mondiale” in spagna dello scorso secolo. Dopo la guerra l’aggressore cerca di suicidarsi perché non sopporta più il senso di colpa che si è espanso in lui con i continui stupri. Nel frattempo il bambino protagonista è cresciuto e da ragazzo ritrova l’aggressore che, dopo il tentato suicidio, si ritrova dentro una macchina che sostituisce i suoi polmoni distrutti, immobile, indifeso e bisognoso di un’assistenza medica da 24 su 24 ore. Sua moglie, che è parecchio nauseata dallo stato del marito, cerca un infermiere per curarlo. Le si presenta il ragazzo, offrendo i suoi servizi.

La moglie, interpretata alla stragrande da Marisa Paredes, non lo vuole accettare assolutamente, ma suo marito insiste dopo che il ragazzo ha minacciato di raccontare ciò che ha subito da bambino. Il ragazzo, subito dopo essere stato assunto, fa amicizia con la piccola figlia del suo aggressore ormai immobile.

Anche se l’atmosfera del film non è mai serena, per qualche minuto, prima che il regista ci svela le intenzioni del ragazzo, sembra che sia abbastanza quieta. La moglie se ne vorrebbe sbarazzare di lui però – e questo fa scatenarsi una serie di eventi che non sono altro che un’analogia alla Seconda guerra mondiale e il terzo Reich.

Villaronga non sbaglia una virgola. Il film ha un ritmo accelerato da paura, la tensione non cede mai, i dialoghi sono sintetici e taglienti, la recitazione, pure della bambina, tocca le stelle nel cielo e la cinematografia è spettacolarmente bella e funzionale nello stesso tempo.

Nonostante il fatto che questo film sembra che sia essere stato dimenticato un po’ da tutti, ci troviamo davanti ad uno di quei rari capolavori indiscuttibili. Girato con quattro lire, combattendo con degli ostacoli quasi insuperabili (la location durante le riprese era diventata pericolante e il regista è stato costretto a trovare altri fondi per ricostruirla interamente in studio – e vi garantisco che non si nota neanche l’ombra di una discrepanza) questo film non soffre neanche minimamente di un compromesso forzato o di una qualsiasi carenza tecnica.

Il ragazzo uccide la moglie, nascondendo la sua morte davanti alla bambina, svelandola però nel modo più crudele immaginabile al marito. Dopo aver mandato via la governante, diventa il dominatore assoluto della casa che si trasforma sempre di più in un campo di battaglia.

A questo punto della storia Villaronga rivela la psiche della vittima. “Voglio essere come te”, dice al suo aggressore che faceva il medico durante la guerra e iniettava della benzina nelle vene dei bambini incarcerati. Il ragazzo proclama per sé il dominio assoluto sulla vita degli altri e per provare ciò che, secondo lui, avrà provato il suo stupratore, si cerca un bambino per iniettargli con una siringa gigantesca della benzina direttamente nel cuore per poi osservarlo mentre crepa nell’arco di un minuto.

Il fascista immobilizzato sta realizzando che cosa ha combinato, che incubo aveva innestato in quei bambini durante la guerra – e che la guerra per lui non è finita, ma che l’ha raggiunto sul capezzale in uno stato di totale indifesa che lo rende pure incapace di strappare sua figlia dalle mani di questo mostro che ha creato, ovvero: lui stesso.

Non vi sto a raccontare come va a finire. Anche perché finisce come deve finire per forza. Ma non posso fare a meno di far notare l’eccellenza di questo film che accetta ogni sfida possibile, superandole con bravura come si può notare raramente nel cinema. Villaronga imposta la vendetta non come tale, ma come una conseguenza logica della crudeltà e la brutalità subita da un bambino innocente. La storia non si accontenta di un solo argomento principale, tocca contemporaneamente e con la necessaria precisione degli aspetti fondamentali della guerra, della violenza, della coscienza, del predominio patriarcale e della pedofilia, senza perdersi nella complessità provocata e la delicatezza di tutto ciò, ma fornendo un’opera matura, coerente, solida e compatta.

“Tras el cristal”, per me, sta tranquillamente ai livelli di “Shining”, anzi, li supera per via del fatto che Villaronga tocca degli argomenti che Kubrik non si sarebbe mai permesso di toccare e lo fa in una maniera pulita e indiscuttibilmente precisa.

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