L’inversione del processo di produzione

Anche questo metodo che vi sto proponendo non è nuovo. Direi che il primo che l’ha pubblicato in tutta la sua chiarezza necessaria è stato Robert Rodriguez nel 1994 con la prima edizione della sua “10 minute film school“.

Il concetto è molto semplice. Invece di scrivere liberamente la storia per poi cercare i mezzi per girarla, mettete prima sul tavolo tutto ciò che è veramente disponibile e accessibile per poi scrivere la storia rispettando i fatti inevitabili.

Questo non riguarda soltanto i soldi, ma anche la location, gli oggetti scenografici, gli effetti speciali, il trucco, gli attori … proprio tutto insomma.

Sapendo chi interpretterà un certo ruolo vi permetterà di adeguare quel ruolo alle capacità e le predisposizioni dell’attore o dell’attrice. Raggiungerete così non soltanto un ambiente sereno sul set, ma anche una coerenza più solida nel risultato finale.

L’elemento cruciale però sono le location. Affittarla non incide soltanto notevolmente sul budget, ma vi complicherà la vita se doveste tornarci per rigirare un paio di inquadrature. A me non è mai successo di doverlo fare, ma spesso volentieri succede e se doveste aver affittato un posto che dopo le riprese è poco niente accessibile, riuscirete soltanto difficilmente a risolvere il problema.

La scelta della location è anche decisivo quando si tratta di scegliere gli illuminatori. Più grande è la location, più potenti devono essere le lampade. Più luce naturale entra, più complicato sarà bloccarla o superarla. Se avete in mente di fare dei piani sequenza e non volete o potete lavorare con un singolo pannello a LED che un operatore vi porterà dietro mentre riprendete, sarete costretti ad illuminare tutto il percorso contemporaneamente, ovvero: avrete bisogno di un numero eccessivo di lampade che dipenderà dalla lunghezza del percorso, da quante stanze oltrepassate e così via.

Se doveste avere a disposizione invece qualche elemento particolare potrete integrarlo nella storia. Se c’è qualcuna nel gruppo che è brava con il trucco, fatela sfogarsi. Se sapete come produrre il crash glass, introducete una scena per usarlo – senza piegare però troppo la storia. Se toccate la struttura narrativa perderete coerenza.

Il primo passo, ancora prima di mettervi a scrivere, è perciò: elencare tutte le persone, gli oggetti, le location, i soldi ecc. che sono disponibili e accessibili. Poi vi chiedete se la storia che avete in mente si lascia realizzare con ciò che sta sulla lista. Se la risposta è sì, andate avanti, non perdendo mai d’occhio che cosa rientra nelle vostre possibilità. Se la risposta dovesse consistere invece di un no, vi conviene abbandonare la storia a favore di un’altra che si lascerà realizzare con ciò che avete messo sulla vostra lista.

E’ ovvio che l’industria non lavora così ed è ugualmente ovvio che chi ha frequentato una scuola del settore avrà imparato tutt’un altro metodo – in cui non c’è niente di male, ma che non è affatto adatto alla produzione indipendente low-budget. Questa è la ragione perché personalmente non credo che un professionista sia in grado di rivoluzionare il cinema ai tempi d’oggi. Sono convinto del contrario infatti. Secondo me, chi sarà in grado di produrre completamente indipendentemente un film non verrà da un’accademia o dall’università. Sarà piuttosto qualcuno o qualcuna che un bel giorno alzerà al mattino, dicendosi: “non ho la più pallida idea come si fa, ma voglio girare un film”.

Questa è la ragione perché m’impegno a scrivere questi articoli – e perché mi sono impegnato parecchio nel passato a organizzare dei workshop.

Per non farmi malintedere: non ho assolutamente niente né contro i professionisti, né contro l’industria. Ma né l’uno né l’altro sono soltanto disposti a girare praticamente senza soldi, azzerando tutto ciò che hanno imparato e applicato nel passato. Loro girano per campare e non per rivoluzionare il cinema. In questo non c’è niente di male, ma evita proprio alla base la (ri)nascita di un cinema artigianale.

La strada migliore sarebbe quella di vedere la propria attività cinematografica come “hobby” – non in un senso negativo o poco serio, ma nel senso che non ci si aspetti nulla dal punto di vista economico. Un cineasta autoditatta, fuori dal settore, deve disporre delle seguenti qualità: non può prendere troppo sul serio il proprio lavoro per non essere deluso quando le sue opere non vengono distribuite (e non verranno distribuite quasi di sicuro), non può dedicarsi alla moda e a ciò che si chiama comunemente “lo stile cinematografico”. Chi cerca di imitare Hollywood con una DSLR e due pannelli a LED fallirà miseramente per forza, anche se dovesse essere bravo. Hollywood propaga un cinema tecnico come ha sempre fatto per via della semplice ragione che si tratta dell’unico elemento che gli permette di distinguersi dal cinema indipendente. La tecnica e la tecnologia costano, il contenuto e la creatività invece no. Se le major si lasciassero trascinare dentro una gara che si basa sulla creatività, perderebbero di brutto perché la creatività non si lascia produrre su commissione, né organizzare, né predisporre. Perciò è completamente inutile per loro e viene trascurata a favore della tecnica.

Dopo aver girato “Festen” assieme a Thomas Vinterberg, il DoP Anthony Dod Mantle è stato “massacrato” (come riferisce lui) durante gli Oscar. Il presidente della giuria l’ha invitato a cena per potergli spiegare “perché questo film non vincerà mai un premio”. “Festen” è stato girato secondo il manifesto Dogma 95, con camera a mano, senza illuminazione artificiale, senza filtri, solo con l’audio di presa diretta ecc. Avevano commesso un sacrileggio insomma e un film del genere, secondo “Hollywood”, non poteva essere premiato in nessun modo. Alla fine qualche premio l’ha vinto, ma l’aneddoto spiega nettamente la mentalità dei grandi studios.

Un altro argomento cruciale è il budget: se il vostro film viene girato senza investimenti a fondo perduto e costa 300.000, incassandone poi 50.000 … allora avrete un problema. Se invece costa 2.000 e ne icassa 4.000, fate un ricevuta d’acconto e ne girate un altro. Se non incassa niente, avete pagato 2.000 euro per aver fatto pratica e sarete in grado di girarne un migliore con 500 – ma non avete fatto perdere a nessuno 150.000 quattrini che vi stroncherebbe immediatamente la carriera.

Tanti film indipendenti vengono prodotti con l’intento di mettere piede nel settore industriale. Questo è un altro errore fatale. Il settore cinematografico non è fatto di talenti, ma di rapporti d’affare. Se non fate parte di certi circoli sarete tagliati fuori dal circuito economico e non ci metterete piede neanche se doveste fornire un capolavoro creativo.

Mettetevi il cuore in pace e girate perché volete girare, procurandovi i soldi da un’altra parte. Questo può essere altamente snervante, soprattutto all’inizio, ma se vi mettete a combattere i mulini a vento, prima o poi cederete e farete tutt’altro che cinema.

I tempi in cui viviamo sono dei tempi bui per la creatività. Se questo non vi fate presente in tutta la sua chiarezza necessaria, il risultato del vostro lavoro non sarà una carriera, ma la depressione.

Se invece accettate i fatti come sono e vi dedicate ad un tipo di produzione che fa per voi, producendo in serenità e con un approccio realistico, forse riuscirete pure a tirare fuori prima o poi un’opera che nessuno potrà ignorare – e a quel punto ce l’avrete fatta.

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