L’illuminazione del set

Viviamo in un periodo in cui tanti tecnici del settore vengono “dal basso”. L’argomento che viene trattato in questo articolo considera i DoP – non i professionisti, ma chi ha imparato o sta imparando il mestiere da solo e/o con la pratica sul set.

Un errore comune deriva dal fatto che questi autoditatti sono abituati all’utilizzo di attrezzatura conveniente e così “piccola”. L’abitudine di acquistare il materiale per girare invece di noleggiarla porta automaticamente all’essere costretti a lavorare con degli illuminatori a LED con un wattaggio piuttosto basso.

Certo, esistono anche dei blockbuster che sono stati illuminati in gran parte con dei LED, ma l’illuminazione ad un wattaggio modesto implica spesso volentieri la necessità di bloccare la luce naturale per via della coerenza dell’illuminazione durante le riprese e il noleggio di un solo butterfly di solito supera notevolmente il budget disponibile.

I LED hanno un paio di pecche, fra cui il fatto che non si lasciano costruire degli spot grandi per via dell’incremento della superficie della sorgente luce eccessivo con l’aumento del wattaggio. Una lampadina HMI da, ad esempio, 1.200W è alta ca. 15 cm e larga ca. 3 – e l’arco tra l’anodo e il catodo è di ca. 2mm. Più piccola è la sorgente luce, meglio lavora il sistema ottico. Da questo non si scappa e i LED semplicemente non lo permettono per ragioni di fisica.

Perciò questa tecnologia è predisposta ai pannelli e alla luce morbida che dipende dalla dimensione della superficie che emette la luce; più ampia è, più morbida è la luce.

La luminosità di un LED con un CRI decente sta a ca. 65 Lumen/Watt. Un HMI sta a ca. 85. Perciò, quel mito del LED che batterebbe la luminosità della tecnologia “vecchia” rimarrà un mito ancora per un bel po’ di tempo. Con il fosforo remoto si raggiunge anche gli 80/85 lm/W, ma si è costretti a rinunciare al bicolor e si parla comunque di un illuminatore con un’angolazione d’emissione di luce di ca. 160°.

Essendo abituati all’utilizzo di quei pannelli da 30x30cm e un wattaggio tra i 50 e i 150 Watt, il DoP autoditatta non può aver imparato a illuminare l’intero set, ma si dedicherà sempre all’illuminazione delle singole inquadrature, spostando continuamente le lampade, lottando così con il mantenimento della coerenza dell’illuminazione.

Ho cercato di spiegare un concetto semplice ed economico per risolvere questo problema basilare nell’articolo sul “2 punti luce“. Si tratta di un metodo che viene applicato dai DoP e dai fotografi da parecchio tempo. Non è un’invenzione nuova insomma, ma mi ci trovo molto bene, soprattutto quando si tratta di svolgere delle riprese nella maniera più efficiente ed economica possibile.

Un altro consiglio che vi vorrei dare è quello della scelta della location stessa. Meno luce naturale ci entra, meglio è. Per darvi un esempio pratico: i notturni de “I Corsari” sono stati girati in gran parte di pomeriggio, dopo aver montato un pannello di legno davanti alla finestra per simulare le ante delle persiane chiuse. Il problema che abbiamo incontrato non aveva niente a che fare con l’illuminazione, ma con l’audio; siccome non era ancora notte, i cari uccellini continuavano a cantare nell’albero davanti alla casa. Il caso è stato risolto doppiando il film e rinunciando completamente alla presa diretta dell’audio.

Girare di notte ha un altro vantaggio per un progetto indipendente; le persone coinvolte saranno libere dopo il lavoro e non sarete costretti ad adattarvi agli orari del loro lavoro che tutti staranno svolgendo accanto al set. Ho cercato di descrivere brevemente questo approccio nell’articolo sull’inversione del processo di produzione.

Secondo me esistono tre modi per rendere un set indipendente il più efficiente possibile:

  1. L’illuminazione del set al posto dell’illuminazione dell’inquadratura
  2. Il doppiaggio in studio al posto della ripresa diretta dell’audio
  3. La ripresa con più telecamere della stessa scena

Al secondo punto dedicherò un articolo a parte. A questo punto vorrei soltanto far notare che in tanti casi si rigira un’inquadratura non per via dell’immagine, ma perché una macchina che è passata, un cane che ha abbaiato o il compressore di un frigo che è partito. Secondo la mia esperienza si lascia risparmiare fino ad 1/3 del tempo sul set ignorando la traccia audio e registrandola soltanto per avere una traccia guida per il doppiaggio in studio. Se illuminate il set invece dell’inquadratura vi procurate altro tempo che vi servirà per girare effettivamente, non dovendo reimpostare continuamente la luce, portandovi dietro le lampade e perdendo ulteriormente la coerenza necessaria dell’illuminazione.

Con il terzo punto intendo il seguente: se avete la scelta tra due telecamere di una qualità minore e una sola di una qualità migliore, vi consiglierei di prendere le due. Vi permetteranno di riprendere ad esempio il campo/controcampo nello stesso tempo. Questo non renderà soltanto più efficiente il vostro set, ma vi renderà possibile il solito “taglio invisibile” nel montaggio veramente invisibile. Un altro trucco consisterebbe nel montare le due camere con due focali diverse una accanto all’altra per riprendere ad esempio un primo piano e un mezzo busto contemporaneamente. L’effetto è lo stesso – e il tutto è tranquillamente possibile con un’illuminazione del set che vi mette a disposizione 360° per girare.

Ho stabilito per i miei propri set la seguente regola:

1 pagina di sceneggiatura -> 1 ora sul set -> 1 minuto di film montato

Questo è soltanto possibile se giro con un rapporto tra girato e montato di un 3:1 circa – e questo è soltanto possibile se illumino il set e non l’inquadratura, se ignoro la ripresa diretta dell’audio e giro con più telecamere.

Per “ELISA” ho passato ca. 120 ore a “girare” per 100 minuti di film montato. La leggera discrepanza è dovuta ai tragitti lunghi tra un numero eccessivo di location, ma in sostanza il concetto funziona.

Per chiudere un ultimo consiglio che c’entra un’altra volta con l’inversione del processo: se non potete adattare la luce alla location, adattate la location alla luce.

Jean-Luc Godard spiega questo durante la conversazione con Fritz Lang con una semplice frase: se non riesco a risolvere i problemi di una location, cambio location.

Non c’è altro da aggiungere.

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