Fascicolo Nero (André Cayatte, 1955)

Per analizzare questo film sono costretto ad ignorare la political correctness, spoilerizzandolo fino in fondo. Perciò, se questo vi dovesse dispiacere, accettate questo articolo come un semplice consiglio e guardatevelo prima di leggere.

Cayatte è un regista poco conosciuto – e questo è un fatto né meritato, né di buon senso. Per me Cayatte è, accanto a Jean-Pierre Melville, uno dei più importanti registi francesi della seconda metà dello scorso secolo – e, sempre dal mio punto di vista, tutti e due sono più importanti di Truffaut e di Godard. Perché la vedo così potrebbe essere l’argomento di un articolo a parte. Per ora mi limito a dire la mia senza approfondire il discorso.

La tramma si lascia riassumere su quattro righe: un magistrato che teneva un enigmatico fascicolo (il fascicolo nero) muore e il suo successore viene mandato nella cittadina dove è accaduto il tutto per risolvere il caso. La polizia sostiene la teoria che si tratti di omicidio e vengono, per conseguenza, incriminate più persone e messe sotto interrogatorio.

Cayatte utilizza il fascicolo come classico MacGuffin che con il plot della storia non ha niente a che fare. Ciò di cui vuole parlare il regista sono le dinamiche che si avviano con i vari personaggi che vengono interrogati con dei metodi parecchio discuttibili, applicati per trovare al più presto possibile un assassino che in realtà non esiste.

Nonostante questo fatto, il commissario incaricato riesce ad individuare la “colpevole” mentre il giovane magistrato scopre poco a poco la verità; che il suo predecessore è morto di una causa naturale nel sonno.

Il film finisce con un breve “dialogo” tra il giovane magistrato e l’imputata. Lui le chiede se aveva commesso il crimine di cui viene accusata e che aveva appena ammesso. Lei scuota la testa. E questo è.

Ovvero: questo è Cayatte. Prima di fare il regista, Cayatte faceva l’avvocato e lo scrittore. Perciò le storie che poi si mise a girare hanno tutte una base approfondita e solida dal punto di vista del settore legale. Inoltre i suoi film, nonostante il loro fondo morale/etico, non giudicano mai. Constatano e pongono delle domande. Perché l’imputata ha ammesso un crimine che non ha commesso? Perché è stata proprio lei ad ammetterlo e nessun altro degli altri interrogati? L’ha fatto per via del conflitto esterno che le veniva imposto dalla polizia o per via di un conflitto interno con sé stessa? Fino a tal punto ci possiamo fidare di un sistema legale che porta in dei casi anche semplici come quello presente ad una conclusione assurda e palesemente falsa?

Cayatte non accusa mai. Si trattiene sempre una certa distanza tra lui e l’argomento, come usa fare un buon legale. Forse è questa la ragione perché ci siamo quasi dimenticati di questo regista. Forse le sue opere venivano e vengono trascurate per via del fatto che lui, anche se girava soprattutto negli anni 50 e 60 in Francia, non faceva parte della nouvelle vague.

“Fascicolo Nero” non è il suo migliore film. E’ semplicemente un esempio per motivarvi a rivalutare l’intera opera di Cayatte e a scoprirla per chi non ha mai sentito nominarlo. Il cinema francese ha molto di più da offrire di Truffaut et Godard, anche di quel periodo. La nouvelle vague è stata manna dal cielo per il dopoguerra, ma questo non vuol dire che dobbiamo scordarci di tutto il resto.

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