Un aneddoto berlinese

Il TXL da Berlin Tegel a Berlin Alexanderplatz era pieno come al solito. Tante persone stavano in piedi, una vicina all’altra, tra cui un tedesco, ovviamente un lavoratore, con i pantaloni sporcati dalla vernice di vari colori, e uno straniero di una certa età. Dopo un po’ il tedesco cominciò ad alzare la voce, esprimendo delle provocazioni del tipo „abbassa quella mano“ o „non ti azzardare“. Osservavo il litigio, pronto ad intervenire se la situazione dovesse degenerare ulteriormente – come avranno fatto altri, senza dire niente. Poi una giovane donna chiese al tedesco di moderarsi e di non provocare l’altro. La risposta fu: „lui sta provocando me invece“. Dopo un po’ la stessa giovane si alzò per offrire allo straniero il suo posto, ovviamente per separare i due maschi. Lui prima non voleva, ma infine si lasciò convincere. Appena seduto, il tedesco continuava a „invitarlo“ a scendere assieme a lui alla prossima fermata per fare a botte. La giovane donna si posizionò tra loro, cercando di coprire la vista al tedesco sullo straniero che, detto tra noi, aveva almeno 50 anni, a differenza dei magari 30 dell’altro che si sfogava nel frattempo picchiando con il pugno la gomma isolante della porta dell’autobus. Il pullman si fermò e lui scese, mettendosi poi davanti alla porta aperta urlando: „scendi se sei un uomo!“ e così via. La giovane donna si voltò per sedersi ed io notò la sua collana con il ciondolo con una scritta araba. – Un dettaglio, ma un dettaglio abbastanza notevole.

Mi chiesi perché io stesso avevo reagito in tutto un altro modo. Ovvero, perché non avevo reagito affatto, osservando invece se la situazione degenerasse o meno. Mi chiesi anche come avrebbe reagito quel tedesco se avessi fatto la stessa cosa che fece realmente quell’araba di seconda generazione. E, per dire il vero, non l’avrei considerato una tattica saggia. Molto probabilmente qualsiasi maschio, intromettendosi, avrebbe provocato una rissa già sul pullman – non soltanto per il fatto di essere maschio, ma anche per via del modo in cui avremmo agito e reagito. Quella femmina invece non aveva soltanto un coraggio ammirevole, ma sapeva benissimo cos’era l’unica cosa giusta da fare – senza che avesse avuto la garanzia che qualcuno l’avrebbe difesa come lei stava difendendo quello straniero.

Una nota a parte: i Cherokee avevano accanto al loro consiglio di guerra anche un „consiglio delle madri“ munito dal diritto al veto. Si andava in guerra soltanto se le madri della tribù lo permettevano. Non conosco neanche minimamente la storia bellica dei Cherokee, ma è comunque notevole che loro avevano capito il fatto che le femmine gestiscono meglio certe circostanze, soprattutto quando c’entrano l’aggressione e la violenza. Un aspetto che, purtroppo, su quell’autobus l’avranno capito in pochi, nonostante il fatto che quell’aneddoto rendeva palese l’effetto positivo di un approccio sociale matrilineare. E per chi volesse vedere che cosa ne esce quando governano i maschi … be’, basta aprire la finestra e osservare il mondo come si sta auto distruggendo.

A qualcuno questa visuale sembrerà anche troppo semplice – e, in effetti, lo è. Fatto è però che, a parte del nostro sesso, coviamo tutte e tutti in noi il lato femminile e maschile. Non penso affatto che Hillary Clinton fosse un presidente migliore del pazzoide Donald Trump. La femmina che si assume il potere, di solito, agisce e reagisce nello stesso modo del maschio. La parola chiave in quel caso non è „femmina“, ma „potere“. La storia del nostro pianeta è pieno di esempi del genere. In India la corruzione e l’oppressione si evolvò in maniera eclatante sotto il governo di Indira Ghandi e neanche Winnie Mandela scherzava più di tanto. Sul quell’autobus invece il fatto di essere biologicamente maschi riduceva automaticamente il nostro ruolo al dubbioso privilegio della predisposizione di incassare le botte se dovesse essere degenerata la situazione. Per fortuna c’era una femmina che l’ha impedito e potevamo scendere all’Alexanderplatz sani e salvi.

Berlino

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